martedì 29 novembre 2016

Kubo e la spada magica


Kubo è un cantastorie. Di giorno al villaggio suona e canta le gesta di storie senza un finale, animate davanti al suo pubblico di strada tramite origami; di notte invece si nasconde da un nemico occulto che lo cerca per privarlo dell'unico occhio che gli rimane (l'altro è bendato): il nonno. Ultimo di una famiglia legata alla magia, vive con una madre che sembra aver perso ogni forza per lottare e che, quando il nonno li troverà, scompare nel tentativo di far scappare il figlio. Inizia così il viaggio di Kubo, assieme a uno scarafaggio gigante e una scimmia, alla ricerca di un elmo, un'armatura e una spada che insieme gli consentiranno di sconfiggere l'ingombrante nonno.
Mascherata, tradotta, celata e messa in forma di allegoria, c'è una storia di formazione e di abbandono del nido familiare dietro Kubo e La Spada Magica. E quanto più questo cartone animato in stop motion aggiunge strati che impediscano di scorgere davvero la sua natura, tanto più sembra caricarsi di un senso romantico e perduto. Più cioè si allontana dalla propria essenza (un ragazzo diventa un uomo emancipandosi dalla propria famiglia), più riesce a raccontare questo passaggio condendolo con un'epica presa direttamente dall'intimità inconfessabile di ognuno. 
Alla ricerca dei tre elementi che lo libereranno dalla persecuzione del retaggio del nonno, Kubo perde e ritrova i suoi genitori, affronta il peso delle proprie radici e ne esce talmente vincitore da non aver bisogno di annientare il nemico, ma da potersi permettere di inglobarlo, creando un rapporto sereno con il proprio passato.
La Laika, studio di animazione in stop motion responsabile di piccole gemme come ParaNorman ma anche di capolavori assoluti come Coraline, si diverte a giocare con la propria plastilina mettendo in mano al protagonista gli origami (veri antenati di questa tecnica di animazione) in foggia di strumento di combattimento e racconto, materia plasmabile che prende vita come avviene con la stessa stop motion.
Nonostante piccole creature che fanno da aiutanti silenziosi, debitori della tradizione Disney, Kubo e la Spada Magica non deve nulla a nessuno. L'ambientazione giapponese non implica una ricerca dello stile nipponico, né per questo ricalca la struttura dell'animazione statunitense. Fiero della propria identità questo film procede in autonomia. Questo però implica una certa stanchezza e una difficoltà evidente nel gestire le magniloquenti scene d'azione. Kubo e la Spada Magica, nonostante vanti una storia d'avventura, non ha anche la capacità di dargli l'afflato mostrato nel resto del film. Piatto e ripetitivo, sembra disprezzare gli scontri e il movimento rapido per preferirgli la costruzione delle scene dialogate o le più inventive sequenze di racconto. Anche la grande metafora del cantastorie senza un finale che cerca una chiusa alla propria storia, gira più intorno al suo essere narrata che al suo diventare atto. Purtroppo non è poco per un film che fonda su una lotta contro una serie ben determinata di nemici la propria allegoria della guerra per affermare se stesso.

Fonte: Qui

mercoledì 16 novembre 2016

Shirataki allo spada, mentuccia e mandorle


Ingredienti

380 gr shirataki (spaghetti con farina di tubero)
300 gr pesce spada
150 gr insalata songino
30 gr mandorla
1 mazzetto mentuccia (nepitella)
1 spicchio aglio
q.b. sale
q.b. olio extravergine d'oliva

Procedimento

1) Tostate le mandorle in padella per circa 5 minuti; quando sono leggermente dorate, levatele dal fuoco. Nel frattempo, tagliate la polpa di pesce spada a tocchetti e preparate un trito con la mentuccia e l'aglio.

2) Dopo aver levato le mandorle dal fuoco, ponete nella stessa padella 3 cucchiai d'olio, il trito preparato e aggiungete la polpa di spada. Fate insaporire per 2 minuti, salate, unite le mandorle e cuocete per 5 minuti.

3) Scottate gli pasta shirataki in acqua bollente salata per 2 minuti e scolateli al dente. Saltate gli spaghetti di radice di konjac nel condimento preparato per 3 minuti e servite gli shirataki allo spada, mentuccia e mandorle.

Fonte: http://ricette.donnamoderna.com/


sabato 5 novembre 2016

Hostile, di Nathan Ambrosioni





Meredith Langston realizza finalmente il suo sogno di diventare mamma adottando le due sorelle orfane Anna e Emilie. Dopo un breve periodo felice, le due sorelle iniziano a chiudersi in se stesse, a giocare fra di loro, escludendo la madre e il mondo esterno. Gli eventi iniziano a prendere una strana piega misteriosa, qualcosa di malefico gravita intorno alle due ragazze. Così Meredith preoccupata, chiede aiuto alla S.O.S. Adoption, un programma trasmesso sulla tv locale che segue i bambini orfani durante i periodi di adattamento. I due giornalisti, Chloé e Chris, si troveranno davanti ad una dimensione nuova e spaventosa.
Hostile, secondo lungometraggio del sedicenne francese Nathan Ambrosioni, è stato girato alla tenera età di 14 anni nei weekend e nelle pause dalla scuola. Ambientato in pochissime location, il film è a bassissimo costo, contando anche che attori ed addetti ai lavori sono per lo più amici e parenti.

Il film presenta certamente vari difetti: la sceneggiatura un po’ confusa, si chiude con un colpo di scena che risponde alla precisa esigenza di dare alla storia un finale conclusivo e esplicativo, col rischio di essere banale. L’uso degli stereotipi del genere inoltre, risulta a tratti un po’ eccessivo, col risultato di annacquare l’effetto paura. Così ci si chiede se è davvero necessario dotare le due protagoniste di camicie da notte insanguinate e bambolotti con la faccia da pagliaccio; così come la scelta di certe sottolineature musicali ad effetto che forse non sono realmente essenziali per introdurre improvvise comparse di bambini con le occhiaie o spasmi di personaggi posseduti.

Ma andando avanti con la visione tutto ciò passa in secondo piano poiché risulta essere un chiaro segno della tenera età, quasi che ingordamente Nathan Ambrosioni abbia voluto tirare in ballo tutti gli elementi che l’immaginario horror gli mette a disposizione. E allora via con persone possedute, esorcismi, uso del found footage, e chi più ne ha più ne metta. Il punto essenziale è che Nathan Ambrosioni compie delle precise scelte che dimostrano quanto, nonostante la giovanissima età, egli sappia davvero dove andare a parare, quali sensazioni e reazioni provocare nello spettatore. La macchina da presa è sicura nello sperimentare con le inquadrature, il giovane regista sa bene cosa mostrare e cosa no, usa con notevole maestria i tempi dell’horror e questo si comprende chiaramente fin dall’inizio, soprattutto nella scena d’apertura del film. Insomma nonostante le innumerevoli imperfezioni, Hostile è comunque il risultato di un ottimo lavoro e si fa fatica a credere alla carta d’identità dell’artefice poiché sembra l’opera di chi possiede esperienza, ed è sicuro e deciso. Ma qui, semplicemente, decisione e sicurezza non sono date dalla saggezza dell’età ma da una giovane passione impellente.

Il fatto che segua diligentemente tutti gli stilemi dell’horror, risultando spesso poco sbalorditivo, ci fa semplicemente capire che Ambrosioni è ancora in fase di sperimentazione, come un bravo studente che butta in campo tutto quello che c’è stato prima di lui, cercando la sua vera identità creativa. E forse proprio dalla sceneggiatura frastornata (con personaggi che scompaiono e altri che intervengono un po’ chiassosamente) possiamo evincere, con un sorriso, la forte urgenza di girare e fare cinema, di posizionarsi dietro la macchina da presa e di dare l’azione.

Titolo originale: id.
Regia: Nathan Ambrosioni
Interpreti: Shelley Ward, Luna Belan, Julie Venturelli
Distribuzione: Candlelight Pictures
Durata: 89′
Origine: Francia

Fonte: Qui